Il Flow, teorizzato da Csikszentmihalyi negli anni ’70, è quello stato psicologico che si sviluppa a partire da un completo coinvolgimento delle proprie risorse attentive sull’attività in condizioni di equilibrio percepito tra le difficoltà del compito e le proprie abilità individuali.

In Psicologia dello Sport il modello del flow viene analizzato per lo studio della prestazione eccellente (peak performance). Le prestazioni sono influenzate dagli stati e dai processi psichici dell’atleta. Il flow è la condizione che predispone la peak performance, perché corrisponde alle condizioni mentali più favorevoli per l’espressione ottimale della prestazione sportiva. Più l’atleta riesce a percepire le condizioni di flow, maggiori saranno le probabilità di raggiungere la prestazione eccellente.

Possiamo dire che il flow si può allenare: lavorando sui fattori individuali che lo predispongono, imparando a gestire gli stimoli ambientali in cui è immerso l’atleta.
Esistono quindi fattori favorenti e fattori inibenti il Flow. Questi variano per ogni singolo atleta e ciò che è ottimale per alcuni può essere problematico per altri.

Ad esempio, cosa può accadere nella mente di un sportivo, quando scopre che il suo più grande rivale non gareggerà? Siamo portati a credere che questo sia un notevole vantaggio, in ottica di raggiungimento del risultato. Ma dal punto di vista della prestazione, una notizia di questo tipo costituisce sempre un fattore favore il Flow?
In che modo potrebbe incidere nella routine di preparazione alla gara, nell’attivazione dell’atleta e nella performance stessa?
Vediamo alcuni esempi.

 

 

Mondiali Aarhus 2006. Vanessa Ferrari è in finale nell’All Around. All’improvviso, la statunitense Chelsie Memmel, favorita, si ritira per problemi alla spalla.

Vanessa apprende la notizia prima di salire alla trave: “Calma, devi fare la tua competizione. Non pensare a nient’altro”[da Effetto Farfalla, V.Ferrari, Mondadori], si dice. Ma sbaglia l’avvitamento e cade.
Vanessa diventerà poi Campionessa del Mondo e come sostiene da sempre il suo allenatore Enrico Casella, fu quell’errore a farla trionfare.

 

 

Kazan 2015: Gregorio Paltrinieri si appresta a scendere in vasca per la finale dei 1500, ma il suo grande avversario, Sun Yang, dà forfait all’ultimo momento.
“Io sono un tipo preciso, che pensa a tutte le eventualità: il suo forfait mi ha gettato nel panico. Mi chiedevo: che farò adesso? Con lui sapevo che potevo anche perdere ma sarebbe stato con il grande Sun. Così invece…”[Intervista Corriere della Sera 18/01/2016].
Gregorio ha perso poco prima della gara un punto riferimento che lui stesso ha definito interiore: “Scontrarmi con Sun era quello che sognavo da sempre. Mi sono sentito quasi tradito”.

Gli imprevisti, anche quando positivi vanno rielaborati perché spostano i punti di riferimento e i nostri “ancoraggi” mentali, rischiando di trasformare un vantaggio apparente in un elemento di disturbo che potrebbe compromettere la prestazione. Anche questa è durezza mentale e si può allenare.

Continua Paltrinieri: “Mi ripetevo: ora non puoi buttarla via. Non che avessi proprio paura, ma quell’inquietudine è stata un avversario complicato da sconfiggere. Resistere è stato una prova fondamentale per me”.

Ed è per questo che in un percorso di mental training è centrale un lavoro sullo stato di Flow, lo stato mentale ottimale che consente all’atleta di esprimere al massimo le proprie potenzialità.
In primis lo si indaga con la Flow State Scale*, somministrandola nel tempo e in diverse situazioni di resa eccellente, così da osservare per ogni atleta la combinazione ottimale dei tratti che la caratterizzano.
In seguito se ne vanno ad analizzare i fattori favorenti e inibenti così da poter lavorare con le tecniche di mental training sulle condizioni predisponenti lo stato di grazia, per riuscire a rievocarlo volontariamente diventandone padroni.

*(Muzio et al., 1998; da Jackson, Marsh, 1996, modificata)